Amazon e le tasse

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Il tema di questo articolo nasce dalla discussione sul controverso tweet di Trump di mercoledì 16 agosto 2017: “Amazon is doing great damage to tax paying retailers. Towns, cities and states throughout the U.S. are being hurt — many jobs being lost!”

Ma  Amazon, nella sua ultima relazione annuale alla Securities and Exchange Commission, ha dichiarato di aver pagato 177 milioni di dollari di imposte sul reddito nel 2014, 273 milioni di dollari nel 2015 e 412 milioni di dollari l’anno scorso. Amazon paga circa il 13,6% di aliquota media, vicina al 15% che piacerebbe a Trump, ma molto meno dei suoi concorrenti al dettaglio.
Ho cercato quindi una serie di fonti per avere più informazioni sull’argomento delle tasse locali in US e del vantaggio che Amazon ha accumulato per almeno 15 anni sulla concorrenza.
Il tema è molto interessante, sotto diversi punti di vista.
Amazon è ancora vista da molti come un castello di carte sempre in procinto di cadere, oppure un grande schema Ponzi e non si coglie la forza della promessa del guadagno nel tempo. Nel frattempo non si può dubitare che Amazon sia il titano del commercio del 21° secolo. Oltre ad essere un rivenditore, Amazon è una piattaforma di marketing, una rete di distribuzione, un editore di libri, un produttore televisivo e di film, uno stilista di moda, un produttore di hardware e un fornitore di spazio sul cloud e di potenza di calcolo.
Amazon ha usato e continua ad usare a proprio vantaggio la legislazione fiscale esistente, con la promessa di soddisfare i consumatori, in un mondo in cui tutti i riferimenti sono sovvertiti dalla forza della rivoluzione tecnologica e dai mutamenti giganteschi introdotti dalla possibilità di vendere beni e servizi online.
Nemmeno credo che il tema della imposizione fiscale sia risolutivo e sia l’unico aspetto da affrontare, ma mi è utile capire come si sia arrivati a questo punto.

Il punto di partenza: le tasse locali negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti si applica una tassa sulla vendita (diversa dall’Iva) e le tasse sulla vendita sono applicate a livello di singolo stato con aliquote diverse. Gli stati possono anche delegare ai governi locali l’autorità di imporre ulteriori imposte di vendita generiche o selettive su beni e servizi.
L’imposta sulle vendite è applicata solo sulle vendite al dettaglio.
Dal gennaio 2017, cinque Stati (Alaska, Delaware, Montana, New Hampshire e Oregon) non applicano un’imposta sulle vendite in tutto il paese.

L’inizio della contesa.

Nel 2010 il Texas chiese ad Amazon perché avesse venduto per 15 anni in Texas senza applicare e raccogliere la tassa sulle vendite.
Amazon rispose che non aveva una “presenza fisica” in Texas, pur avendo un centro di distribuzione.

In questo confronto c’era molto in gioco.

  • Per i governi statali e le comunità locali il danaro per coprire costi di scuole, servizi, ecc.
  • Per i concorrenti di Amazon la lotta per il primato sulle vendite al dettaglio
  • Per i consumatori la battaglia per avere prezzi più bassi, anche se avrebbero dovuto “auto-segnalare” e pagare le tasse al loro Stato.
  • Per i venditori online essere esentati dal caricare una percentuale dovuta per tasse sulla vendita.

Se a prima vista la soluzione sembrava facile, bisogna ricordare che la disputa nasce nel 1988 quando una società di vendita per corrispondenza, Quill Corp. con sede in Illinois, ricevette la richiesta di raccogliere il 5% sugli acquisti fatti dai consumatori in Nord Dakota.

Quill Corp. si oppose e, attraverso vari gradi di giudizio, arrivò sino alla Corte Suprema nel 1992.
In Corte Suprema Quill Corp. vinse facendo riferimento al 14° emendamento della Costituzione e alla clausola del commercio, articolo 1, paragrafo 8 della Costituzione. In sostanza la Corte suprema dichiarò che il contribuente deve avere “un nesso sostanziale” con lo Stato tributario affinché lo Stato possa imporre la sua tassa sul contribuente.
Una società è obbligata a raccogliere le imposte sulla vendita da parte degli acquirenti solo se presenta una sostanziale presenza fisica nel loro stato.

La battaglia generale.

Per Amazon, consentire ai clienti di evitare la tassa sulle vendite statali e locali implicava un vantaggio di prezzo di ben il 10% – un margine enorme nel mondo dei margini di profitto ridotti della vendita al dettaglio.

Un processo di unificazione delle norme tra tutti gli Stati dell’Unione, chiamato Streamlined e tentato nel 2000, si arenò sui dettagli tipici di queste discussioni.

  • Una matita è un oggetto scolastico esente da tasse?
  • Una bevanda con meno del 50% di succo di frutta è tassabile come un soft drink?
  • Come si definisce una caramella?

Il processo Streamlined raccolse il consenso di solo 24 stati, perché gli stati più grandi non accettarono di cedere sovranità.
Una cosa interessante, quando si ha una visione sbagliata degli Stati Uniti e li si immagina come un blocco statale unico ed omogeneo. Interessante anche quando si pensa all’Europa e ai processi lunghissimi da affrontare.

La strategia di Amazon.

La strategia di Amazon è stata di aspettare, pacificare, ritardare.
Si capisce poco di questa battaglia se non si conosce il modo di pensare Paul Misener che è l’alter ego politico di Jeff Bezos.
Nel corso di una testimonianza al Congresso, Misener ha affermato che “la limitazione costituzionale dell’autorità statale per raccogliere le imposte sulle vendite è al centro dei principi fondanti della nostra nazione“.
E in una intervista su Fortune “ci sentiamo molto bene nella nostra posizione perché è un diritto costituzionale.”

Per evitare di raccogliere le tasse, Amazon ha posto i centri di logistica in filiali legali distinte, anche se di proprietà di Amazon. Attraverso questa organizzazione la società sostiene che i suoi magazzini non costituiscono una “presenza fisica”.

Assolutamente interessante, in questa lotta all’ultimo sangue, tra Stati, Amazon, avvocati, fisco, il fatto che Amazon abbia costruito una serie di regole interne da rispettare rigorosamente per controllare i viaggi e le attività dei dipendenti, al fine di evitare un nesso fiscale sulle vendite.
In un memo interno, la mappa degli USA era a colori con stati verdi e gialli con limitazioni minime e con stati rossi in cui viaggiare era consentito solo in circostanze limitate.
Una volta arrivati, i dipendenti che partecipavano a riunioni dovevano evitare di “sollecitare o promuovere la vendita di prodotti e servizi” in assenza di una approvazione anticipata.
Dal mio punto di vista, niente di strano in tutto questo. Chi ha lavorato con grandi aziende sa benissimo che ci sono codici di comportamento, vocabolari ammessi, espressioni da usare e da non usare.

Le battaglie locali.

Amazon è stata aggredita legalmente a New York quando si è riuscito a dimostrare che migliaia di piccole imprese, blogger e nonprofit si collegavano ad Amazon con i loro siti web in cambio di una commissione su qualsiasi vendita risultante. New York definirà questi affiliati come agenti di vendita de facto, stabilendo la presenza fisica dell’azienda nello Stato.
Ed ecco il nesso immediato!

Questa “legge Amazon“, che si applicava anche ad altri rivenditori di Internet, è entrata in vigore nell’aprile del 2008.

A questo punto era il momento di lanciare la battaglia come una una questione di equità tra negozi tradizionali e vendita al dettaglio online.
Il concetto di livellare il campo di gioco può essere sostenuto ed abbracciato da ogni sostenitore del libero mercato.

Perché un negozio del centro – che ha pagato le tasse locali, ha fornito lavoro locale e ha sostenuto le attività locali – deve subire uno svantaggio del 10% in concorrenza con una grande società che ha sede fuori dello Stato?

E mentre i rivenditori costituirono un un gruppo denominato Alliance for Fair Street Fair, con iscritti in diversi stati, Amazon rispose a muso durissimo a New York chiudendo il suo rapporto con tutte gli affiliati locali, tagliando i redditi per migliaia di persone. Questo ha cancellato la base giuridica per costringerla a raccogliere le tasse sulla vendita e Amazon ha accusato gli Stati, dicendo agli ex affiliati di lamentarsi presso i loro legislatori.

In California e in Texas si sono combattute grandi battaglie.

  • In California, si possono contare i rivenditori fisici contro Amazon e i rivenditori online, i tentativi (respinti) di dimostrare che Lab126, il centro di ricerca e sviluppo di Cupertino che ha sviluppato il Kindle, fosse il famoso nesso che collegava Amazon all’obbligo di raccogliere le tasse locali.
    Ma il board di raccolta fiscale dello stato rifiutò l’idea che ciò rappresentasse una “presenza fisica” e due diversi governatori misero il veto su un ampliamento delle regole che avrebbero riguardato Amazon.
    Nel 2011 Amazon chiuse i rapporti in California con tutti i suoi 10 mila affiliati, invitandoli ad agire contro i legislatori.
    Alliance for Main Street Fairness ha contrastato Amazon accusandola di mantenere un vantaggio sleale sulle imprese di Main Street.
  • In Texas, da dove prese avvio la questione, Amazon chiuse il suo centro logistico e licenziò tutti i dipendenti.

Gli accordi.

Al passare degli anni e al crescere di Amazon, la base di clienti in forte aumento, la volontà e la necessità di consegnare sempre prima e un modello di business in continua evoluzione, stravolgevano la capacità di Amazon di basarsi sulle decisioni di elusione fiscale.

Alla fine del 2010, Amazon ha negoziato un accordo in South Carolina con il governatore Mark Sanford, per avere una esenzione dall’incasso delle imposte sulle vendite, in cambio di decine di milioni di dollari di incentivi tradizionali e di un nuovo centro di distribuzione con 1250 posti di lavoro.
Ma questo accordo aveva necessità dell’approvazione del legislatore statale.
La contromossa di Alliance for Main Street Fairness è arrivata con conferenze stampa, dichiarazioni e annunci, attività lobbistica.

Amazon propose allora un compromesso: raccoglieremo le tasse sulla vendita a partire da gennaio 2016, cinque anni dopo l’accordo. E quando il governo del South Carolina respinse il compromesso, Amazon sospese i lavori appena iniziati e i quasi 100 milioni di dollari di investimento…
Risultato: marcia indietro del governo e accettazione del compromesso.

In California l’accordo è stato raggiunto: tasse raccolte a partire dal 2012 e tre magazzini Amazon in California.

Anche in Texas Amazon ha fatto un accordo favorevole.
Impegno a raccogliere le tasse per il Texas, pari all’8,25%, a partire dal 2012, investimento di 200 milioni di dollari per costruire centri di distribuzione e 2500 posti di lavoro nei successivi quattro anni.

Amazon ha mostrato un’incredibile capacità di trasformare ogni cambiamento a suo vantaggio.

Dopo 20 anni di controversie legali tra gli Stati e il gigante delle vendite online,  Amazon sta raccogliendo le imposte sulle vendite in tutti gli Stati che hanno un prelievo. Dal primo aprile 2017 è iniziata la raccolta alle Hawaii, in Idaho, Maine e New Mexico, gli ultimi quattro stati in cui gli acquirenti non pagano attraverso il sito.
Amazon non addebiterà ancora imposte sulle vendite in Alaska, Delaware, Oregon, Montana o New Hampshire, che non dispongono di tasse di vendita statali.

In tutta questa storia Amazon ha goduto di un vantaggio competitivo, in US, di cui oggi potrebbe anche fare a meno.

Milioni di consumatori comprano ogni giorno su Amazon che è diventata l’opzione predefinita e preferita per una vasta gamma di acquisti. Dove Amazon raccoglie le tasse sulle vendite, la battaglia per la conquista del mercato si sposterà in un altro campo.

Amazon ha appoggiato al Senato il disegno di legge che consentirebbe agli Stati di raccogliere le tasse sulle vendite, assieme agli avversari di ieri, forse anche per impedire ai concorrenti di utilizzare i vantaggi di cui ha goduto nel passato.

Epilogo?

Secondo la legge del Texas, i sobborghi di grandi dimensioni che ospiteranno i nuovi magazzini Amazon possono ricevere una parte della tassa di vendita di tutti i prodotti spediti da quel magazzino ai clienti del Texas.
Come segno di gratitudine, tutti e tre i comuni hanno già accettato di “ridurre le tasse ad Amazon” – fino all’85% in un caso.
Dopo anni di battaglie per evitare la riscossione delle imposte sulle vendite, Amazon è riuscita a trovare un modo per canalizzare un pezzo di quei soldi – che esce dalle tasche dei suoi clienti – nelle proprie casse.

In South Carolina lo Stato afferma che la società non riesce a raccogliere le tasse sugli articoli venduti dai venditori di terze parti sul suo sito. A giugno 2017 il Department of Revenue dello Stato ha presentato una denuncia dove sostiene che Amazon è responsabile della riscossione delle tasse per conto delle imprese che utilizzano il marketplace, non solo per le vendite dirette.
Amazon ha detto di volersi difendere con vigore da questo attacco.
E, forse, potrebbe trovare l’appoggio di eBay in questa vertenza, in nome dei piccoli business online, anche se la legislazione esenta ogni società con vendite annuali su Internet che facciano meno di 1 milione di dollari.

Aggiornamento sulle tasse locali in US

13 Stati in US si sono riuniti ad agosto 2017 per offrire un programma di condono fiscale ai venditori di terza parte presenti su Amazon per la raccolta delle tasse locali.
Il valore in ballo si aggira sui 2 miliardi di dollari.
La proposta di condono prevede che, a partire dal 17 agosto, i venditori che dovrebbero devolvere le imposte locali sulla vendita possono iscriversi alla Commissione multinazionale fiscale (MTC), consentendo loro di diventare conformi e pagare le tasse solo sulle vendite future.
I 13 stati includono Alabama, Arkansas, Colorado, Connecticut, Kansas, Kentucky, Louisiana, Nebraska, New Jersey, Oklahoma, Texas, Utah e Vermont. Si dice che otto stati stiano prendendo in considerazione la partecipazione.

I venditori di terza parte che vendono sul marketplace di Amazon non sono tenuti al pagamento delle tasse locali sulla vendita se non hanno una stabile presenza nello stato in cui ci sono vendite. Ma se usano la logistica di Amazon si attiva il requisito del pagamento dell’imposta sulla vendita.

La questione rimane complessa per tanti motivi.

  • La merce può essere spostata in diversi centri logistici e venduta in stati diversi da quelli in cui sono presenti i centri di spedizione.
  • Amazon deve fare da sostituto di imposta?
  • Il problema non riguarda solo Amazon, ma molti altri venditori online che si guardano l’uno con l’altro per non lasciare vantaggi sulla competizione.

Per la gestione delle imposte serve anche un software specifico ed una delle soluzioni accessibili è fornita da Avalara.

Aggiornamento sulle imposte pagate da Amazon in Europa.

Anche questo è un argomento controverso e che riguarda l’imposizione fiscale generale di Amazon sui mercati europei, dove non esiste una tassa locale sulle vendite come in US.
Il Guardian rivela che Amazon paga 16,5 milioni di sterline in Europa su un volume d’affari di 21,6 miliardi di euro.
In UK Amazon paga 7,4 milioni di sterline di imposte su un volume d’affari di 1,46 miliardi di sterline.
Questi importi non riguardano i servizi di Amazon, ma solo gli utili sulle vendite effettuate direttamente da Amazon.
Le vendite fatte da venditori di terza parte sono in testa ad ogni singolo venditore e sui propri utili ogni venditore assolverà i suoi debiti con il fisco.

  • Come qualsiasi impresa Amazon cerca di pagare meno imposte possibili.
  • Ma è anche vero che Amazon investe per la crescita con appetito vorace.
  • Utili e ritorno sull’investimento non sono le priorità di Amazon.

Amazon ha un appetito vorace per la crescita, investe e si espande. Gli utili e il ritorno di denaro agli investitori non sono al top dell’elenco delle priorità di Amazon.

Business Review Europe riporta una serie di pareri controversi sulle imposte che dovrebbero uscire da Amazon.
https://goo.gl/tuc1vP

TheDrum riporta le opinioni di Amazon, ma anche il fatto che abbia schivato una fattura fiscale da 1,5 miliardi di euro dagli Stati Uniti, dopo che un giudice ha dichiarato legale il fatto che avesse “imbottigliato” le sue vendite in Europa attraverso sub società in Lussemburgo nel 2005 e nel 2006
https://goo.gl/iSeUxw

Anche in Italia la situazione è controversa a leggere quello che appare sulla stampa.
Questo è un articolo di Altra Economia https://goo.gl/EKKh1v

 

Fonti:
Sales taxes in the United States
Commerce Clause, Due Process and Quill Corp
Amazon’s (not so secret) war on taxes
Amazon to Collect Sales Tax in Most States Starting April 1st
Amazon faces a tax fight in South Carolina that could change how online sellers do business
The Big Companies That Avoid Taxes

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Immagine CC0 Creative Commons su Pixabay

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