Nike Brand Protection su Zooppa

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in style on the spot

Si sta chiudendo in questi giorni il lunghissimo contest promosso da Nike su Zooppa dedicato alla Brand Protection.

Numeri veramente interessanti 1011 idee, 26437 commenti: qui potete vedere gli ads in dirittura d’arrivo ed esprimere una votazione, se volete farlo.

Argomento interessantissimo e molto controverso

e sul quale ho una esperienza personale per avere lavorato a lungo con multinazionali del jeans americano dove questo è sempre un problema molto sentito.

C’è una sorta di leggenda nera che gira intorno alla produzione, alla tutela dei marchi e alla lotta alla contraffazione., che si compone di alcuni assunti, in parte presi come verità incontrovertibili, in parte come dati di fatto, che si possono riassumere in:

  • Le grandi multinazionali sfruttano il lavoro nero, il lavoro minorile e producono in condizioni di estremo disagio per sfruttare al massimo il differenziale di costo di manodopera, costi di impianto e protezioni al lavoro.
  • Il “falso” non è un vero falso, perché è prodotto fuori dal ciclo produttivo “normale” da “veri” lavoratori che possono perciò rivenderlo rimarginando tutto per loro.

La conseguenza è che il “falso” non è completamente falso, ma solo un poco meno vero.
Si può fare una graduatoria del “falso”, che va dal veramente contraffatto al “falso-vero”.
Comperare il “meno vero” è un atto di ribellione allo strapotere delle marche, una autodifesa della parte della popolazione che non può spendere i soldi per comperare il “vero” autentico.

Per una proprietà transitiva, vi è una sorta di giustificazione morale a comperare il non-autentico, quasi che comperandolo si agisse per incrinare lo strapotere delle multinazionali, riportando il consumo a livelli di maggiore consapevolezza.

Altri elementi di discussione

Senza arrivare a queste posizioni, e senza citare il già famoso No-Logo di Naomi Klein e la sua produzione successiva, ecco alcune tra le cose più interessanti che conosco in rete sull’argomento.

  • The substainable footprint dedicato alla sostenibilità e all’impronta che si lascia sull’ecosistema
  • Cleanclothes dedicato alla campagne di boycott e di Buy-cott (l’acquisto alternativo come forma di protesta)
  • The Meatrix uno spazio denso di notizie e link che parte da una animazione in stile Matrix e che racconta una versione alternativa dell’industria alimentare
  • PlayFair 2008 a tutela dei diritti dei lavoratori, soprattutto delle indistrei manifatturiere tessili.

In genere si evidenzia il contrasto tra le politiche governative nazionali e gli investimenti delle compagnie multinazionali e dei marchi del lusso che spendono nella brand imagery piuttosto che nella protezione del posto di lavoro.

Ma le cose stanno proprio in questo modo ?

In realtà mentre dal lato su descritto della questione si trovano argomentazioni, analisi e sostegno, non altrettanto si trova da parte delle aziende che sono ritenute le maggiori responsabili (alcune di esse sono poi considerate delle autentiche incarnazioni del male, e pure qui si trova molta letteratura…).

Ci sono però alcune cose. Il famosissimo Made in Italy non ha molto più di 30 anni di storia. Prima della copertina di Vogue con Giorgio Armani del 1978, a parte poche punte di eccellenza, l’industria tessile italiana era più nota per aver distrutto le produzioni inglesi di qualità (la lana mortaccina in un fim con Alberto Sordi..). Il fenomeno della maglieria di Carpi, nasce sul lavoro a domicilio ed anche sul lavoro minorile, appunto come parte del lavoro casalingo. Ed è una storia comune in tanti distretti industriali, come molta parte dell’industria veneta del legno.

La mia esperienza con le aziende del jeans, mi dice che è impossibile produrre senza controllo dell’azienda.
Materiali, accessori, finiture, sono misurate e producono solo quanto è stabilito.Magari vale solo per la più nota marca al mondo del jeans, ma vale anche per la seconda e la terza….
Se oggi i jeans prodotti in Turchia sono ad un livello molto alto d’eccellenza, ed in alcuni paesi europei hanno anche quote di mercato molto significative, qualcosa lo si deve alle industrie che negli ultimi vent’anni hanno investito e prodotto in Turchia.

Molto si potrebbe dire sulle condizioni di lavoro, sui miglioramenti possibili, sulla stessa organizzazione del lavoro, e su come avviene il processo produttivo.

Chi è veramente “reponsabile” ?

I consumatori chiedono un prodotto di massa, personalizzato, al miglior prezzo e con il mercato uno ad uno. E tutte assieme queste cose fanno fatica a tenersi. La continua richiesta di prodotti a basso prezzo, la competizione che si genera tra produttori, fatica a stare al passo con alti salari ed alto tenore di vita, anche nei paesi industrializzati.

Chi è quindi davvero socialmente responsabile ? Il consumatore che chiede sempre il prodotto che costa meno, che non tollera il marchio famoso e che pone la questione etica solo nei confronti del brand, senza preoccuparsi della tshirt da qualche euro che indossa ?
Chi è davvero colpevole ? E’ colpevole il brand perché marca e delimita i prodotti, ed è innocente il prodotto che costa poco, senza preoccuparsi da cosa derivi e come si compone la catena del valore ?

Ed ancora, com’è possibile che nonostante tutte le campagne contro, i brand siano ancora in grado di produrre e vendere? Hanno un così grande controllo che permette loro di nascondere e mascherare tutto ?
E’ vero tutto quello che si dice contro Nike, per tornare all’argomento ? Oppure esiste una ideologia dominante della rete ?

In mancanza di una interlocuzione valida, sembra che le uniche cose che abbiano senso debbano essere le famose tre erre.

  • reduce compra meno
  • refine consuma pensando al bilancio energetico
  • replace recupera il più possibile e quindi entra nella logica del riuso e del second hand

Eppure, se così fosse, mi sembrerebbe di entrare in un nuovo feudalesimo, in cui non mi sposto, consumo poco e riuso in continuazione. Il problema è che questo, che sulla carta sembra un sogno utopico, nella realtà potrebbe essere un incubo. L’incubo di non muoversi, di stare immobili e di essere legati al territorio in nuovo legame di tipo feudale.

E le aziende che dicono ?

Mi ha interessato il contest di Nike perché Nike è sempre nel mezzo di questa questione, e se nel blog di Zooppa c’è stato un accenno di presa di distanza e di freno quando la discussione si è appena scaldata, perché qualcuno sollevava una questione di coscienza, ho trovato strana l’assenza di Nike in questa discussione.
Perché se è logico che Zooppa intervenga riportando i termini della gara creativa, mi sarei aspettato di vedere una presenza diretta di Nike nell’affrontare decisamente la questione spinosa. Del resto come si può evitare quando il tema del contest è proprio la protezione del marchio e della sua produzione ?

Insomma, lanci un contest sulla protezione del marchio dai falsi, sai di essere sotto tiro in ogni azione, e non approfitti dell’occasione per ribadire il tuo punto di vista, ma non solo, per proclamare l’assoluta trasparenza e correttezza del tuo stile di produrre nel mondo ?

La mia è solo una impressione, di fatto non sorretta da altro che non sia una sensazione. La sensazione di una occasione a metà, in cui molto poteva essere fatto per sostenere un punto di vista alternativo all’onda corrente, quello che crede che siano solo le grandi aziende ed i brand famosi ad essere responsabili dei mali del mondo in ogni loro aspetto. E mentre le campagne eticamente corrette puntano sulla morigerateza e la pacatezza dei consumi, sulla frugalità come stile di vita, mi aspetterei una campagna sulla qualità di essere una grande azienda e sulla capacità di portare significativi miglioramenti, non solo alla vita di chi produce questi oggetti, ma alla mia vita di ogni giorno.

Conclusioni

Come sempre non ci sono conclusioni, il contest di Nike è stato un pretesto e bravo Zooppa a accettare questa bella sfida con un tema così impegnativo.

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